The Greatest Man in History

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J E S U S

had no servants, yet they called Him

M a s t e r.

Had no degree, yet they called Him

T e a c h e r .

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Had no medicines, yet they called Him

H e a l e r.

He had no army, yet

Kings Feared Him .

He won no military battles, yet

He Conquered the World.

He committed no crime, yet they crucified Him.

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He was buried in a tomb, yet

He lives today.

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I feel honored to serve such a Leader who loves us!

AND HE IS COMING AGAIN!!!!

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Prepare ye the way of the Lord. Praise the Lord!

We wish you the blessings of our Lord´s Holy Passion and of His Glorious Resurrection

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Sent in by: fr. Vincenzo Tuccillo KCT
Luogotenete Balivato Magna Grecia
Priorato Generale d’Italia OSMTJ-OSMTHU

One thought on “The Greatest Man in History

    Luis Matos responded:
    March 21, 2008 at 7:15 pm

    Messaggio del Vescovo
    monsignor Domenico Crusco
    Pasqua 2008

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    SETTE PAROLE PER AUGURARE LA BUONA PASQUA

    Carissimi fratelli e sorelle,

    1. Buona Pasqua sono le parole di augurio che in questi giorni utilizziamo nelle nostre visite agli amici e parenti, nelle nostre cartoline, nelle nostre lettere e persino negli ormai famosi messaggi di testo (sms) con i telefonini. Anche il Vescovo perciò si trova a dover fare gli auguri di Buona Pasqua.
    Certo, personalmente mi sono chiesto se queste due parole sono sempre comprese nel loro significato più vero ed originario. Soprattutto la seconda: Pasqua. Cosa vuole dire allora augurare buona pasqua ai nostri amici e parenti? Sarà bene anche chiedersi se è soltanto a loro che dobbiamo rivolgere questo augurio?
    Attraverso la ricostruzione dei fatti narrati nella Bibbia sappiamo che si può parlare di diverse tradizioni della Pasqua.
    La pasqua che conosciamo noi cattolici è quella di Cristo che passò dalla morte alla vita, dal calvario e dalla croce alla risurrezione.
    Il rito di questa pasqua, circa duemila anni fa, fu modificato da Cristo nell’ultima cena, semplificando il rito raccontato nell’Esodo e che ricordava un altro passaggio: dalla schiavitù d’Egitto alla liberazione della terra promessa.
    Quella a sua volta però ricordava un altro rito: quello della transumanza delle greggi nelle nuove zone di pascolo. La notte scelta per questo passaggio doveva essere la notte più illuminata della primavera, la notte di luna piena di primavera.
    Come vedete il termine che ricorre è appunto quello di «passaggio». Il termine pasqua dice dunque il riferimento ad una situazione di cambiamento, dice il riferimento ad una situazione che va mutata.
    Deve essere chiaro, a tutti, il senso delle parole: augurare buona pasqua equivale dire ti auguro di cambiare vita, di passare da una situazione negativa ad una positiva, dalla morte alla vita di Cristo. Quali sono dunque questi cambiamenti che il vostro Vescovo si sente di augurarvi?
    Mi sono lasciato aiutare da Cristo e proprio da quelle ultime parole che il Cristo pronuncia dalla sua cattedra d’amore che è la croce.
    2. Le prime parole che Cristo pronuncia morente in Croce sono: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Queste sono le parole di un uomo morente attraverso una pena capitale, terribile e ignominiosa. Quella della croce era una pena cruenta che veniva data solo a criminali terribili (oggi diremmo a criminali di guerra). La prassi voleva che questa gente, così cruenta, in quel funesto momento di sofferenza maledicesse il giorno che erano venuti in vita e si abbandonavano a maldicenze e bestemmie verso i carnefici e verso gli astanti che volevano assistere allo «spettacolo del dolore». Talvolta si doveva persino tagliare loro la lingua per evitare che dicessero parole di offesa contro il Console o l’Imperatore. Il primo passaggio che opera Gesù Cristo in croce sta proprio in questo nuovo linguaggio, in questa nuova parola: Perdonali. Non più parole di odio, di vendetta, di calunnia, di offesa ma parole nuove che aprono alla speranza e alla riconciliazione.

    Il mio primo augurio di pasqua sta proprio in questo: che là dove è offesa si possa «passare» alla misericordia, che là dove vi è odio si possa «passare» al perdono; che là dove vi è guerra si possa «passare» alla pace. Non possiamo credere e pensare, come fanno tutti, che la legge della guerra possa risolvere il problema della democrazia e dei diritti delle persone. Non possiamo credere che quelle parole Cristo le abbia pronunciate solo per i cristiani. Quelle parole sono il testamento di Cristo all’umanità e sono rivolte a tutti. Cristo dunque invita tutti a compiere questa conversione della mente e dei cuori.
    3. «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23,41) sono quelle parole che Cristo rivolge al ladrone pentito. Forse gioverà ricordare quanto era accaduto prima, così come riporta il Vangelo di Luca:
    «Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi! ”. Ma l’altro lo rimproverava: “Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male”. E aggiunse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno»(Lc 23,39-42).
    Un ladro si sa, deve poter contare sull’agilità dei movimenti e sulla rapidità d’esecuzione. In effetti questo ladro ha compiuto, passatemi pure il termine, un ultimo «furto»: si è rubato il paradiso. La rapidità e l’agilità dei movimenti, il suo talento ora gli è servito per un tesoro davvero grande: l’eternità. Questo ladro è sicuramente giovane: giovane perché è agile, rapido e, soprattutto, perché non ha paura di cambiare vita. Giunto al termine della sua esistenza terrena non ha paura di mostrare il suo vero volto: il rispetto per una persona innocente, l’umiltà del suo animo di fronte al Re dei re. Questo ladro ha saputo cambiare vita. Potremmo dire: un ultimo scatto che gli ha procurato la vita senza fine. Cristo lo ha confermato: oggi sarai con me in paradiso. Oggi questo cambiamento è di nuovo possibile. Oggi è possibile decidersi nuovamente per l’eternità, per un felice ritorno al Padre di tutti. Nel suo volto possiamo scorgere i lineamenti della Samaritana che si converte (Cfr. Gv 4,1-26), ovvero una moderna concubina che decide di cambiare vita; il figliol prodigo che ritorna al padre (Cfr. Lc 15,11-32), un giovane dissoluto che ritorna sulla via del bene; Zaccheo che restituisce quanto ha frodato (Cfr. Lc 19,1-10), ovvero uno strozzino che restituisce quanto ha rubato; Matteo che prontamente abbandona il tavolo della raccolta per seguire il Maestro (Cfr. Mt 9,9-10), un impiegato che abusa del suo ufficio che cambia vita e decide di seguire Gesù Cristo. Celebrare bene la Pasqua vuol dire cambiare in bene la nostra vita, Gesù è venuto per salvare e non per condannare, “non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva”.
    4. Il Vangelo di Giovanni aggiunge poi ciò che altri evangelisti non riportano: «Donna ecco tuo figlio» (Gv 19,26). Qui il nostro Signore Gesù Cristo ci invita a compiere un altro passaggio: sentirci figli della Chiesa. In effetti è proprio così: fino a quel momento Gesù era figlio unico di Maria, da questo momento in poi diventa il primogenito. Giovanni il secondogenito e dietro di lui tutti noi. Tante volte abbiamo sentito rivolgere parole infamanti contro la Chiesa. Questa nostra madre avrà pure le sue rughe, le sue macchie, talvolta il Papa stesso ci ha aiutato a comprendere che queste macchie sono diventate «sporcizia», ma è pur sempre nostra madre. Forse è importante che ci sentiamo non figli di nessuno, autocefali, ma figli della Chiesa a cui da Cristo siamo stati affidati.
    Il passaggio che tutti dobbiamo compiere è proprio questo: nella religione aumentano sempre di più coloro che pensano di credere a modo proprio, senza considerare quanto sia utile e fruttuoso accogliere le parole di Cristo che ci invitano a credere con la Chiesa; a saperci affidati a Lei; a saperci suoi figli. Ciò che rende autenticamente madre Maria è il dolore del suo secondo parto: mentre il parto di Cristo lo aveva avuto senza dolore, qui invece, il secondo parto (quello dell’Apostolo Giovanni nel quale siamo tutti noi) avviene nel dolore. Maria è perciò qui resa Madre da Cristo e dalla partecipazione di Lei ai dolori del Cristo.
    Il mio augurio è che possiamo «passare» anche noi a sentirci figli di una Madre che ha saputo soffrire sotto la croce; possiamo credere e affidarci ad una madre che ha voluto contribuire, con il suo dolore, a riunire i figli di quella famiglia dispersa e disgregata dal peccato.
    5. Se le prime parole di Cristo in Croce sono rivolte ai suoi prediletti (nemici, peccatori e santi), ora queste parole esprimono, almeno al primo impatto, il dramma di un uomo di fronte alla sua sofferenza più atroce: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46). In effetti al primo impatto queste parole possono apparire proprio così: Gesù è giusto un uomo che, messo alla prova, reagisce come tanti di noi. Ma dov’è Dio? Perché non mi risponde? Perché mi accade tutto questo? Perché proprio a me? E continuando ancora: Perché la morte di quell’amico? Perchè la morte del giusto? Perché quella morte prematura? Sono i molti modi umani, assolutamente umani, di reagire di fronte alla sofferenza che ci appare sempre come inspiegabile. Eppure a leggere bene quelle parole non è affatto così. Dio mio, Dio mio … sono le parole del salmo ventidue. Queste sono le parole di un uomo sofferente che anziché affidarsi alla lamentela, si affida alla preghiera, alla supplica. Sarà bene cogliere tutta l’articolazione di questo salmo che apre con la supplica (cfr. 22,1-22), continua con il ringraziamento (22,23-27) e chiude con la prospettiva messianica (22,28-32).
    Per il nostro augurio di pasqua possiamo dire che il crocifisso morente ci invita a passare dalla lamentela, dalle lagnanze varie, forse persino dal rimprovero a Dio alla preghiera che si fa ringraziamento e che apre alla risurrezione. Dalla tristezza per la sofferenza del giusto alla certezza della risurrezione.
    6. «Ho sete» (Gv 19,28) sono invece solo due parole ed esprimono il senso dell’amore che Dio ha nei confronti dell’umanità. Quello di cui si parla qui non è la sete di un uomo sofferente, ma la sete di Dio che cerca l’uomo. In effetti come può il creatore vivere senza la sua creatura? Come può un pastore vivere senza il suo gregge? Come può un prete vivere senza la sua comunità? Queste due parole esprimono il grido di Dio che cerca l’uomo. Probabilmente l’uomo contemporaneo è troppo distratto dai guadagni, dagli interessi terreni che gli impediscono di rivolgere le orecchie verso quella voce, che dall’alto dell’amore dell’albero della croce, invoca la nostra presenza. Il mio augurio è che possiate sentire quella voce. Soprattutto i giovani che sono stati chiamati da Dio possano ascoltare e prestare ubbidienza a quella voce che chiama; la mia speranza è che i giovani si lascino conquistare da quel fascino meraviglioso che è la voce di un Dio che ama e che vuole essere amato.
    7. L’uomo appeso alla croce ci dice: «tutto è compiuto» (Gv 19, 30). Queste parole ci rivelano l’azione compiuta dal Maestro che ha eseguito tutto il suo capolavoro d’amore. La sua azione, per restituire all’uomo la salvezza, si è definitivamente compiuta e a caro prezzo. Quest’opera è tutta compiuta eppure vi manca qualcosa, ne rende ragione San Paolo, quando scrive alla comunità dei Colossesi: «Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa»(Col 1,24). L’opera compiuta definitivamente esige di essere completata ancora dal nostro dolore e dalle nostre sofferenze. Il mio augurio è che quando si verifica anche per noi quella notte buia e oscura possiamo e sappiamo leggerla non come disperazione, ma come partecipazione alle vicende di Cristo. Anche noi dobbiamo passare a saper leggere le nostre sofferenze e il nostro sacrificio come avvicinamento a Cristo. Il nostro dolore e le nostre sofferenze debbono poter diventare occasione di grazia per solidarizzare con Cristo. I malati conoscono meglio dei docenti questa visione intima e spirituale del dolore. Se anche la vita ci dovesse consegnare una sofferenza irreversibile, dobbiamo poter passare a viverla come occasione privilegiata: Dio ci ha prenotato un «posto riservato» nella storia della salvezza e nel paradiso.
    8. Soltanto il Vangelo di Luca ci riporta queste ultime parole: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). Queste sono le ultime parole e sono riservate al Padre. Dopo essersi preoccupato dei nemici, dei peccatori, dei santi, del mondo e degli uomini ora invece si preoccupa del suo ultimo e definitivo passaggio. Più che passaggio questo si potrebbe definire un ritorno: Cristo era venuto alla luce nella storia da circa trentatre anni ed ora ritorna al Padre. Nella notte più buia della storia si prepara a fare il suo ingresso in quella luce eterna da dove era venuto. Queste parole segnano l’ingresso nel Paradiso, meglio, aprono la via al Paradiso e spalancano le porte anche per noi. Queste parole ci dicono il passaggio definitivo a cui tutti siamo destinati: l’eternità. A leggere in profondità la Scrittura si può vedere che l’ultima parola di Cristo morente è di nuovo prelevata dalla Sapienza della scrittura: è il salmo trentuno, conosciuto come il salmo della fiducia di Davide. In pratica è come se Cristo ci dicesse, proprio nel momento peggiore della sua sofferenza, prima della fine che è poi anche l’inizio, di avere fiducia in Dio, di credere oltre l’evidenza del dolore; di avere uno sguardo che ci proietti nel futuro di Dio Padre; di passare dalla disperazione alla speranza attraverso le parole dei salmi accompagnate dal dolore vero di un uomo giusto. Questo è così vero che presto, il primo martire della Chiesa, Stefano, lo imiterà perfettamente. Infatti, il libro degli Atti ci informa che mentre lapidavano Stefano, egli stesso pregava proprio così: «Signore Gesù, accogli il mio spirito»(At 7,59). Come augurio di Pasqua penso che si possa dire più di un passaggio, ma un vero e proprio «tuffo» nella volontà di Dio e un affidamento totale e senza riserve in Lui.
    9. Un ultimo passaggio poi vi invito a compiere: quello delle donne che nel sabato santo si recano al sepolcro. I Vangeli non menzionano Maria, la madre di Gesù, tra quelle donne che si recano al sepolcro perché lo attende, sicura, risorto. Ma tra quelle donne che andarono al sepolcro vi era Maria di Magdala. Cerchiamo di cogliere i suoi movimenti così come vengono raccontati dal Vangelo di Giovanni:
    «Maria invece stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi? ”. Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto”. Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù» (Gv 20,11-14).
    Si può comprendere che questa donna per poter vedere Gesù, pur non riconoscendolo, inizialmente, si è dovuta proprio girare dall’altra parte. Ha dovuto compiere un movimento di cent’ottanta gradi. Ha dovuto cambiare direzione del suo capo, del suo volto e di tutta se stessa. Attraverso questa vicenda Cristo, di fronte alla morte e alla sofferenza ci invita a guardare da un’altra parte, ci invita a guardare verso la luce vera, verso la risurrezione, verso la Via la Verità e la Vita. Solo così dobbiamo poter dire, agli amici, ai parenti, ma anche ai nemici, ai peccatori, agli impavidi e a quanti vivono nella tristezza e nell’angoscia, per loro e per tutti: Buona Pasqua.
    † Domenico Crusco
    Vescovo

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