Candelora – Festivitá Templaria

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Questo é il video preparato por il Priorato de Italia in occasione della Festività della Candelora lo scorso 2 febbraio 2008.

Il termine Candelora (o Candelaia) deriva dal tardo latino “candelorum” o “candelaram” cioè benedizione delle candele ed indica una festività collocata, nel tempo astronomico, a mezzo inverno e coincidente, nel ciclo agreste/vegetativo, con la fine dell’inverno e l’inizio della primavera; il più famoso detto popolare a riguardo infatti recita: “Quando vien la Candelora, de l’inverno semo fora; ma se piove o tira il vento, de l’inverno semo dentro” suggerendo che se nel giorno della Candelora non si avrà bel tempo, si dovranno aspettare ancora diverse settimane prima della fine dell’inverno e dell’arrivo della primavera. Si tratta di un momento di passaggio, tra l’inverno/ buio/ fine e la primavera/ luce/ nascita: passaggio che viene celebrato attraverso la purificazione e la preparazione alla nuova stagione.

Per la Chiesa Cattolica, la Candelora è la festa della purificazione di Maria, celebrata dalla Chiesa e dai fedeli il 2 di febbraio in simultanea con la presentazione di Gesù al Tempio che non poteva avvenire prima dei 40 giorni,cioè del tempo previsto dalla legge ebrea per la purificazione di una puerpera dopo il parto di un maschio.

La prima testimonianza della festività in Terra Santa é raccontata da Eteria che la descrive come una grande festività pubblica. Successivamente, da Gerusalemme, la festività si diffuse in tutto l’Oriente e in particolare a Bisanzio. Con l’imperatore Giustiniano I divenne giorno festivo e assunse il nome di Ypapanté (= incontro del Signore). Le origini della Candelora, però, hanno radici lontane nel tempo.

In Italia, a Roma, risaliamo ai Lupercalia che si celebravano alle Idi di febbraio, ultimo mese dell’anno per i romani, che servivano a purificarsi prima dell’avvento dell’anno nuovo e a propiziarne la fertilità. In questa celebrazione, dedicata a Fauno Lupercus, due ragazzi di famiglia patrizia venivano condotti in una grotta sul Palatino, consacrata al Dio, al cui interno i sacerdoti, dopo aver sacrificato delle capre, segnavano loro la fronte con il coltello tinto del sangue degli animali. Il sangue veniva poi asciugato con della lana bianca bagnata nel latte, e subito i due giovani dovevano sorridere. A quel punto i due ragazzi dovevano indossare le pelli degli animali sacrificati; con la medesima pelle venivano quindi realizzate delle striscie (dette februa o anche amiculum Iunonis) da usare a mo’ di fruste. Così acconciati e con le strisce in mano, i due giovani dovevano correre attorno alla base del Palatino percuotendo chiunque incontrassero, in particolare le donne che si offrivano volontariamente ad essere sferzate per purificarsi e ottenere la fecondità. Altro momento particolare della festa era la ‘februatio’, la purificazione della città, in cui le donne giravano per le strade con ceri e fiaccole accese, simbolo di luce.

L’uso di fiaccole e candele accese durante la processione sacra aveva due funzioni: la prima, di natura spirituale, indicava la vittoria della luce sulle tenebre, la presentazione sociale del Divino in terra; l’altra di natura pratica, derivava dalla necessità di avere visibilità nell’attraversamento notturno delle città in cui avvenivano i festeggiamenti. La benedizione dei ceri, allora come oggi, è un momento significativo e la grande processione chiamata Cerorum luminibus coruscans (ovvero “risplendente mediante ceri e lumi”), è un grado di generare nei cuori dei partecipanti un forte senso di congiunzione con la madre di Gesù. Ancora oggi, l’offerta dei ceri al Papa viene fatta in forma solenne ed in molte altre città italiane, come a Trapani, si celebrano rappresentazioni popolari che rievocano la purificazione di Maria, o si mettono ceri, torce e fiaccole alle finestre, come si faceva anticamente anche a Napoli. I ceri benedetti sono poi conservati in casa dai fedeli e vengono accesi, per placare l’ira divina, durante violenti temporali, aspettando una persona che non torna o si ritiene in grave pericolo, assistendo un moribondo, e in qualunque momento si senta il bisogno d’invocare l’aiuto divino.

Il carattere mariano della festa fu introdotto da papa Sergio. Ma sarà la mistica orientale a cantare più profusamente nella sua liturgia il gesto della Vergine soprattutto nell’antifona “Adorna, o Sion, la stanza nuziale, accogli Cristo tuo Signore…” che si canta nel responsorio alla prima lettura nell’ufficio delle letture. Questa intuizione mistica è possibile seguendo questo passaggio: a Natale ecco affacciarsi lo “sposo” (antifona al Magnificat dei primi Vespri e seconda antifona all’ufficio delle letture) come sole che si leva all’orizzonte; all’Epifania è la Chiesa che si presenta come una sposa adorna delle sue gioie: è la festa delle nozze della Chiesa con Cristo. La festa della Presentazione del Signore al Tempio, anche se celebrata nel tempo “durante l’anno”, è il punto conclusivo del tempo di Natale. La stessa antifona, che abbiamo ricordato sopra, colloca Maria nella posizione giusta cantando: “… (o Sion) accogli Maria, porta del cielo, perché ella tiene fra le sue braccia il re della gloria, la luce nuova. La Vergine si ferma, presentando il Figlio, generato prima della stella del mattino. Simeone lo tiene fra le braccia, e annunzia alle genti che egli è il Signore della vita e della morte, il Salvatore del mondo”. Verso il secolo undicesimo nasce l’antifona Lumen ad revelationem gentium che caratterizza la fede e la preghiera della Chiesa in questa circostanza, e viene intercalata al cantico di Simeone Nunc dimittis.

Per questo il Vaticano II invita a cogliere l’intima natura della festività: “L’unione della Madre col Figlio nell’opera della redenzione si manifesta dal momento della concezione verginale di Cristo fino alla morte di lui. E quando lo presentò al tempio con l’offerta del dono proprio dei poveri, udì Simeone mentre preannunciava che il Figlio sarebbe divenuto segno di contraddizione e che una spada avrebbe trafitto l’anima della madre, perché fossero svelati i pensieri di molti cuori” (LG 57).

SPIGOLATURE SULLA CANDELORA
La Candelora in alcuni luoghi viene chiamata “Giorno dell’orso”. In questo particolare giorno, l’orso si sveglierebbe dal letargo e uscirebbe fuori dalla sua tana per vedere come è il tempo e valutare se sia o meno il caso di mettere il naso fuori. Un proverbio piemontese in questo senso recita: “se l’ouers fai secha soun ni, per caranto giouern a sort papì”. Ovvero, se l’orso fa asciugare il suo giaciglio (cosa che starebbe a indicare tempo bello per quel giorno) per quaranta giorni non esce più. Un altro proverbio simile al primo, ma meridionale in questo caso, sostiene che se il 2 Febbraio il tempo non è buono, l’orso ha la possibilità di farsi il pagliaio e quindi l’inverno continua.

L’orso era anche protagonista di alcuni riti rurali del mese di febbraio, collocati nel ciclo agreste/vegetativo: al termine di una caccia simulata, l’orso viene catturato e portato all’interno del paese dove viene fatto oggetto di dileggi e di scherzi. L’epilogo può variare dall’uccisione dell’orso alla sua liberazione/fuga e ritorno alla natura. La figura dell’orso è rivestita da qualcuno del luogo che non deve essere riconosciuto fino alla fine della rappresentazione rituale.

A Urbiano si celebra la “festa dell’orso”: qualche giorno prima della ricorrenza, i cacciatori con il volto annerito, andavano alla ricerca dell’orso, che (rappresentato da un uomo travestito) veniva immancabilmente trovato la sera della vigilia. Cacciatori, “orso”, e domatore visitavano le stalle e le osterie con il pretesto di spaventare la gente (e le ragazze) si lasciavano andare a trasgressive bevute. Il giorno dopo, l’orso compariva in paese e, dopo aver fatto il giro della borgata, ballava con la ragazza più bella prima di scomparire per ritrasformarsi in uomo.

Questa festa ricorre non solo in Piemonte e nelle zone dell’arco alpino, ma anche in altre regioni (e nazioni); in tempi più remoti l’orso della festa era vero, portato in giro da un montanaro/domatore che andava da un paese all’altro facendo ballare l’orso nelle piazze. In seguito questo uso scomparve e in alcuni paesi, per mantenere la tradizione, l’orso fu sostituito da una persona appositamente mascherata che ripeteva la stessa pantomima.
A Putignano, in Puglia, chi impersonificava l’orso girava per le vie del paese, fermandosi nelle piazze: lì, al suono di tamburi, si metteva a ballare la tarantella, tra i presenti disposti in cerchio che battevano le mani a tempo e lo punzecchiavano e colpivano con qualche sberla. A volte, a seconda del tempo, l’orso imitava o no l’atto del costruire il suo rifugio (u pagghiar’).

Questi riti riproponevano comunque una tradizione antica che celebrava la festa del ritorno della luce e della bella stagione, con la sconfitta delle forze del buio e del freddo. Nello svolgimento di questi riti traspare la simbologia dell’orso (che con l’inverno va in letargo e si risveglia a primavera), interprete della forza primitiva della natura. L’orso può anche essere accostato alla figura dell'”uomo selvaggio”. In entrambe le raffigurazioni rappresenterebbe comunque il binomio natura – uomo.

IL NUMERO “QUARANTA” NELLA BIBBIA
Il giorno della Candelora fa riflettere sul numero 40, un numero che ovviamente rappresenta la purificazione così come ricorda il libro della Genesi quando racconta che il diluvio è durato quaranta giorni e quaranta notti. (7,12), oppure, come dice Matteo al capitolo 4,2, quando racconta del digiuno di Gesù nel deserto per altrettanti giorni ed altrettante notti. Che dire poi dei ricordi di san Paolo, quando, scrivendo ai cristiani di Corinto, racconta loro di avere ricevuto 40 frustate dai giudei. (2Cor. 11,26)

Nella Bibbia il numero 40, ovviamente col suo preciso significato religioso, ricorre molte volte: Abramo implora Dio di salvare Sodoma se vi avesse trovato almeno 40 giusti (ma dovette scendere a meno di dieci che non furono trovati); e per salvarsi da Esaù dovette offrirgli 40 vacche. In Egitto, Giuseppe impiegò 40 giorni per imbalsamare il corpo del padre; e usciti dall’Egitto, Mosè rimase sul Sinai per 40 giorni e 40 notti; e quando fu costruito il tabernacolo occorsero 40 basi d’argento. Peggio se la videro gli esploratori della terra di Canaan all’arrivo verso la terra promessa: impiegarono 40 giorni, durante i quali se la spassarono, ma ebbero in cambio 40 anni di punizioni. Il giudice Abdon ebbe 40 figli, e il filisteo perseverò nell’insistenza per 40 giorni, come ricorda Samuele (1 Sam. 17,14).

Anche il grande profeta Elia rimase sul monte Oreb per 40 giorni e 40 notti e Giona predicò la penitenza agli abitanti di Ninive per 40 giorni e fu ascoltato. Quaresima dunque davvero 40 giorni (e 40 notti) di vera interiore penitenza, un digiuno non semplicemente corporale ma soprattutto spirituale.

Fr. Vincenzo TUCCILLO KCT, Priorato de Italia